Coaching

 

Parlare di coaching è quasi un controsenso. Fare il coach infatti significa mettersi a tacere e mettersi in ascolto.

Questo ci chiedono i nostri clienti: “Ascoltami, aiutami a mettere ordine nei miei pensieri, provocami con idee che posso trasformare in soluzioni concrete e a portata di mano”.

Avere un coach è una responsabilità: se ce l’hai è perché hai deciso di cambiare qualcosa nel tuo modo di lavorare, un cambiamento piccolo magari, ma un cambiamento vero.

Il coaching nello sport ci aiuta molto a capire come si fa coaching nelle aziende, ai manager.

Fondamentalmente chi si serve di un coach vuole lavorare sulla sua attenzione, sulla sua capacità di essere focalizzato su tutto ciò che si fa.

Nello sport impazziamo per fornire ad un atleta esercizi e strumenti per restare vigile e consapevole di ciò che fa momento per momento.



Nella realtà infatti spesso uno sportivo nella sua performance inserisce il pilota automatico e gioca senza “essere presente”. I maratoneti per esempio parlano di una sorta di trance, di un momento in cui inserito il pilota automatico il corpo va senza che ci sia un accompagnamento “di testa”. In altri sport però il pilota automatico non funziona. Se non “ci sei” con la testa colpisci male la pallina, arrivi tardi sul pallone, perdi l’attimo nel colpire l’avversario.

E sul lavoro? Davvero siamo presenti e concentrati sempre in quello che facciamo? In ogni mail? In ogni riunione?

Se è vero come dicono alcuni studi che la nostra mente divaga per il 50% del tempo e che interpelliamo il nostro smartphone per una media di 144 volte al giorno c’è davvero tanto da lavorare. Eccola lì la missione del coach, allenare il manager a focalizzarsi e rifocalizzarsi.

Tips and Tricks, per essere sempre presenti a se stessi, per fare ciò che facciamo in modo consapevole e vigile, che è un modo speciale per sentirsi vivi, per godersi quello che facciamo.

 

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